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Bertuzzi Roberto Bertuzzi, figlio di Mario e fratello di Enzo. Nel 1965, a soli 23 anni è campione italiano di velocità con un’Abarth Simca 1330. Al titolo arriva dopo una precedente esperienza sportiva sui kart. Passato alle auto, si afferma nella Castell’Arquato-Vernasca, nella Coppa Intereuropea a Monza e nella Malegno-Borno. Vince anche a vallelunga e poi al Trofeo Lumezzane a Brescia. E’ secondo nella Bologna-Raticosa e terzo nel Circuito di Imola. Gli impegni con l’azienda paterna lo convincono ad abbandonare le corse. Unica eccezione nel 1967, quando Bertuzzi è di nuovo al via della Castell’Arquato-Vernasca con un Abarth 2000 ufficiale presa in affitto. Il gentlemen driver piacentino vince battendo le squadre ufficiali e polverizza tutti i record precedenti, facendo segnare il tempo di 5’7” all’incredibile media di 114 Km/h. Della stessa famiglia, Camillo ed Enzo Bertuzzi, anche loro piloti kart e concorrenti in alcune prove automobilistiche in salita.

Cavaciuti nato a Piacenza nel 1910, Celeste Cavaciuti inizia la sua carriera di corridore motociclista al Circuiti di Strabella nel 1926. Chiamato all’ultimo momento a sostituire Vittorio Massarini, Cavaciuti prende il via grazie a una licenza di guida avuta in prestito da un pilota piacentino, per mascherare il fatto che non aveva ancora 18 anni. All’arrivo è primo. Negli anni Trenta Cavaciuti vince un buon numero di competizioni: nel 1932 la Milano-Taranto (con la CM) e il Circuito di Bra; nel 1933 il circuito di San Giorgio al Piano, nel 1934 i Circuiti di Alessandria, Asti, Pesaro e la Coppa del Mare di Livorno. Un brutto incidente lo costringe all’inattività nel 1935, mentre l’anno successivo vince su Benelli il Gran Premio Acerbo a Pescara e conquista il titolo di Campione Italiano della classe 250. Successivamente si dedica alla sua officina e decide di partecipare solo occasionalmente alle corse. Riprende nel primo dopoguerra, dimostrando che le doti di velocista sono rimaste inalterate. Nel 1952 ritorna alla ribalta vincendo con la Parilla 250 la Milano-Taranto. L’anno dopo, a Genova, Cavaciuti trova la morte nelle prove del Trofeo Internazionale del Mare.

Figoni Giuseppe Figoni, uno dei più famosi “stilisti” carrozzieri di Francia, è in effetti un piacentino. Era nato infatti nel 1892 a Le Moline di Farini d’Olmo, paesino delle vicine montagne. All’età di 8 anni la famiglia fu costretta a emigrare in Francia in cerca di una fortuna che stentò ad arrivare. Così, per quadrare il bilancio, fu necessario che perfino il piccolo Giuseppe andasse a lavorare. Incominciò come garzone in un’officina di maestri carrozzieri. La sera però, nel Faubourg St-Honoré di Parigi, il quartiere degli italiani, Giuseppe studiava come apprendista scultore. Aveva molti progetti e una volontà di ferro. All’età di 16 anni partecipò alla realizzazione della sua prima carrozza (destinata al Re Alfonso di Spagna) che fu costruita, su sua proposta, con un materiale mai usato: l’alluminio. Quando compì 31 anni, nel 1923, Figoni decise di mettersi in proprio e aprì una sua officina dove iniziò a maturare quelle esperienze di designer stilista e di costruttore automobilistico che gli permetteranno di affermarsi come “firma” della carrozzeria francese. Nel 1935 unisce la sua attività a quella di Ovidio Falaschi, un fiorentino colto che, appassionato di auto, diventò il direttore commerciale della società. Insieme maturarono uno stile assai personale e facilmente identificabile. Particolarmente riconoscibile il taglio dei parafanghi, il cui disegno risulta sempre “maestoso”, senza tuttavia togliere nulla alla leggerezza generale. Giuseppe Figoni usava spesso per le sue vetture anche una doppia colorazione per snellire ulteriormente la linea delle sue fuoriserie. Famose sono le realizzazioni su telaio Delahaye, Alfa Romeo, Bugatti, Hotchkiss e Talbot. Nel dopoguerra i lavoro della carrozzeria Figono & Falaschi si ridusse notevolmente. Agli inizi degli anni Cinquanta, Falaschi abbandona la società e rimpatria. Lo segue anche Figoni che, all’età di 61 anni, se ne torna a Piacenza. Nel 1975 Figoni è stato nominato cavaliere del lavoro dal presidente della Repubblica francese Giscard D’Estaing. La sua morte risale al 1978.

Maestri Enrico Maestri, meccanico e carrozziere, nasce a Piacenza il 12 gennaio 1917, in via Roma 269. terminata la scuola media inizia a lavorare come garzone apprendista presso l’officina “Bariola” di Via Cristoforo Colombo. A 18 anni parte volontario per il servizio militare, arruolandosi nell’aeronautica. Nominato sergente motorista presso il 50° Stormo aereo siluranti, partecipa alla guerra di Spagna e Africa. Fatto prigioniero, viene deportato in Germania. Ritorna a Piacenza nel 1945, dove apre un’officina meccanica, in via Alberoni. Appassionato sportivo, elabora e carrozza una Fiat Topolino per partecipare alla Mille Miglia del 1947, gara che poi corre in coppia con Pesci. Naturalmente è presente anche alla prima edizione del Circuito di Piacenza. L’anno dopo torna alla corsa bresciana con Musa. Nel 1949 è ancora presente, questa volta con Guarnaschelli. Non vince, ma partecipa, e questo gli basta. Alla fine della sua attività di costruttore potrà comunque vantare di aver realizzato, tutto da solo, ben sei vetture (due berlinette e quattro barchette), tutte derivate da Fiat 500. Agli inizi degli anni Cinquanta viene chiamato a lavorare all’Astra in qualità di collaudatore. Ma lui è un tipo indipendente e preferisce tornare a mettersi in proprio. Apre una nuova officina in via Roma e riprende la sua attività di autoriparazioni. Negli anni Ottanta si ritira dall’attività.

Marchand I fratelli Paolo e Leonzio Marchand, sono due giovani imprenditori di origine francese appassionati di ciclismo. Con il padre, proprietario in Francia di una piccola flotta navale, si trasferiscono a Milano per operare alcuni fruttuosi investimenti. Tra questi l’acquisizione dei diritti di estrazione delle miniere petrolifere di Montechino e Veleja, nel piacentino. Ed è frequentando Piacenza. Appunto, che i due giovani fratelli (23 e 26 anni) conoscono Stefano Orio, al tempo famoso campione ciclista. L’incontro avviene nel 1893, ed è favorito dalla comune passione sportiva per le due ruote. Paolo e Leonzio sono infatti discreti specialisti nelle corse in tandem e Orio, anche se ormai non corre più, è comunque per loro una fonte di utili consigli. Gli incontri avvengono nella piccola fabbrica di biciclette e macchine per cucire che l’ex campione, terminata l’attività sportiva, aveva aperto a Piacenza con i figli Bartolomeo e Attilio. Sono loro a ipotizzare una società per la costruzione di biciclette con i due fratelli Marchand. L’idea diventa poco dopo progetto e si concretizza nel 1895 a Milano, dove viene allestito un capannone industriale dalle parti di Musocco. Il vecchio Stefano Orio resta a Piacenza. La nuova società “Orio & Marchand”, diretta dall’ingegner Vittorio Amoretti, sviluppa in modo consistente la produzione di biciclette che per la loro qualità ottengono subito un grande successo. L’azienda vive così alcuni anni di prosperità. Poi, nel 1898, la metropoli lombarda viene travolta dalla protesta operaia e i fratelli Marchand, preoccupati delle violenze della piazza, decidono di riportare l’attività nella più tranquilla Piacenza dove prendono anche casa. Contemporaneamente, in via Madonna di Campagna 35, fanno costruire a tempo di record un centro industriale modello, tre i primi d’Italia ad occuparsi esclusivamente di meccanica, con macchinari d’avanguardia, tra cui un prezioso tornio Prat & Whittney. Il 18 settembre del 1898 la nuova ditta apre i battenti con programmi ambiziosi: allargherà la propria attività aggiungendo alla costruzione di biciclette anche quella di motociclette e di automobili. L’avvenimento trova spazio su tutti i giornali che mandano sul posto i loro inviati per salutare la coraggiosa iniziativa. Stefano Orio non assiste tuttavia a questa importante metamorfosi. Nell’agosto del 1899 muore. Subito dopo, a dicembre, i figli decidono di staccarsi da Marchand e di tornare a occuparsi solo dell’attività lasciatagli dal padre. In sostituzione di Bartolomeo Orio, fino a quel momento direttore tecnico della Casa, viene chiamato il geometra piacentino Giuseppe Merosi, che vantava un’esperienza alla Türkheimer. Il distacco si formalizza dopo che la prima vettura “Orio Marchand” esce dai capannoni della giovane fabbrica. Era questa una vettura leggera che Merosi aveva modificato intelligentemente derivandola dalla francese Decauville (due cilindri a V, 770 cc.). L’auto si guadagnò subito i favori del pubblico. In tutte le manifestazioni in cui fu esposta ottenne infatti lusinghieri consensi. Il Ministero dell’industria le attribuì addirittura una medaglia d’oro come migliore vettura italiana del 1899. Del tutto originali erano invece le moto, interamente progettate da Merosi, che nel frattempo erano diventate la produzione più rilevante della società. Proprio grazie alle moto, la “Fratelli Marchand” aveva conquistato una certa notorietà anche in campo sportivo. Ezio Bovolo, Bruno Tamagni, Giuseppe Tamagni e lo stesso Merosi si erano infatti cimentati con successo in alcune prove sportive aggiungendo ulteriore prestigio alla Casa piacentina. Per le auto invece non si era andati oltre qualche dimostrazione pubblica. Al Salone di Torino dell’aprile del 1900, nel padiglione delle belle arti del Valentino, tra le rare Case automobilistiche italiane presenti, c’è anche una nuova Marchand 4 cilindri che condivide i piccoli spazi della mostra con Lanza, la Ceirano Giovanni, la Cerano Michele, la Storero, la Bender & Martiny e la Fiat, la cui costituzione in società era avvenuta solo pochi mesi prima. Merosi nel frattempo ha già in mente nuove costruzioni, tutte di maggiore consistenza progettuale. Tra queste la Marchand 7 HP che compie senza problemi, con Emilio Laporte alla guida, il primo Giro d’Italia in Automobile del 1901. Ma ancor più la 16 HP di 5429 cc che assunse a inaspettata e notevole gloria nel 1902 quando, tra l’aprile e il maggio di quell’anno, portò felicemente a termine il più massacrante dei raid: la Milano-Palermo-Milano, cinquemila chilometri terribili, con Giuseppe Tamagni alla guida e il direttore della Gazzetta dello Sport, Eugenio Camillo Costamagna, passeggero e testimone entusiasta dell’impresa. La vettura, un prototipo, in realtà era stata preparata per partecipare alla Nizza-Abbazia. Ma i fratelli Marchand, quando furono informati che la Bianchi con cui Costamagna aveva programmato il raid si era rotta proprio alle porte di Piacenza, accorsero in suo aiuto, offrendo la loro auto in sostituzione dell’altra, irrecuperabile. E fu così che prese il posto e la gloria che sarebbero dovute toccare alla Bianchi. La pubblicità che venne alla Casa piacentina dopo questa notevole impresa, diede maggiore impulso al settore. Nel 1905 la Marchand di Piacenza occupava un’area di oltre 5000 metri quadrati coperti e disponeva di un garage, con annessa officina, capace di ospitare ben 100 vetture! Non va infatti dimenticato che l’insediamento industriale si trovava in una posizione strategica, lungo la direttiva che univa Milano a Bologna. Praticamente era un passaggio obbligato per tutti i “turisti” automobilisti del tempo. Il che aveva spinto la direzione ad aprire un “ostello” per ogni forma di pronto soccorso. Le cose sembravano andare per il meglio. Al Salone di Torino del 1906 la Marchand è presente con quattro vetture: una quattro cilindri da 10 o 14 CV, un’altra dello stesso tipo ma più potente (16-20 CV), una Gran Turismo da 24-30 CV e l’ammiraglia che ha 40-50 CV. La sua produzione tuttavia resta modesta: dieci esemplari all’anno. Per incrementarla il Consiglio di amministrazione (che nel 1905 aveva trasferito la sede sociale a Genova in occasione della sua trasformazione in Società Anonima Marchand) decide di aumentare il capitale sociale. Il quotidiano locale “Libertà”, il 13 settembre 1907, pubblica in prima pagina, questo trafiletto: “L’industria delle automobili che ha avuto così forti e mirabili affermazioni anche da noi per l’opera della Marchand, prepara un prossimo e più intenso lavoro produttivo che accrescerà sempre più quell’incremento industriale del quale si hanno in questi tempi tanti segni nella nostra città. Infatti l’Assemblea generale della Marchand, tenutasi lunedì scorso a Piacenza, ha deliberato di portare l’aumento di un milione al capitale sociale. Vennero pure deliberati alcuni mutamenti nel consiglio di amministrazione (entrarono a far parte il conte Mulinelli di Ferrara, il marchese Magnasco, l’ingegner Laporte, il signor Marchand, l’ingegner Amoretti e il cavalier Luria), per cui il Consiglio stesso viene ad accrescersi di alcuni membri atti a dare nuove e positive garanzie di sempre più lusinghiero avvenire. Sappiamo intanto – ed è una prova della vita che si apre all’industria Marchand – che si sta costituendo in Inghilterra una società per la rappresentanza e la vendita delle vetture, e sappiamo pure che i duchi di Genova e la Regina Madre provarono in questi giorni la nuova sei cilindri e che ne trassero e manifestarono sincera e vivissima soddisfazione. Siamo lietissimi, ripetiamo, di dare queste notizie intorno ad una delle più forti industrie nostre che dà lavoro a oltre 200 operai, che ha saputo mantenere alto con la fama che si è guadagnata anche il buon nome di Piacenza e che si appresta a nuove, augurate e meritate vittorie.” In realtà i soldi servivano per tappare grosse falle nei conti dell’azienda. Tanto che pochi mesi dopo, invece di assistere all’annunciata ripresa, la Marchand di Piacenza chiude i battenti. Resta tuttavia la marca che infatti troviamo lo stesso anno al Salone dell’auto di Torino anche se in abbinamento con la Defaux, una casa automobilistica svizzera che aveva pensato a suo vantaggioso ripescaggio. Ma anche questa operazione non doveva andare a buon fine. Nel 1908, infatti, avviene la chiusura definitiva.

Merosi Giuseppe Merosi nasce a Piacenza l’8 dicembre 1872. Ancora fresco di studi tecnici, ma impaziente di dedicarsi ai motori (la sua più grande passione), coglie al volo l’occasione che gli viene offerta dai fratelli Marchand quando questi aprono a Piacenza una fabbrica che, tra i suoi obiettivi, ha quello di diventare una grande Casa motoristica. Assunto, gli viene data la responsabilità tecnica della nuova impresa. A lui si debbono sia le primw vetturette economiche prodotte inizialmente con il marchio Ori-Marchand, sia le bici a motore, le moto e i tricicli che costituiranno con le auto la produzione della Marchand. Quando la società chiude, nel 1908, Merosi trova subito impiego alla Edoardo Bianchi di Milano, dove viene chiamato a dirigere l’ufficio tecnico (settore auto). Ma è solo una parentesi breve che dura pochi mesi. Nel 1910 passa all’A.L.F.A, sollecitato dal cavalier Ugo Stella, già amministratore delegato della Darracq italiana, che si era assunto l’incarico di rilanciare la fabbrica milanese insediata al Portello. Ed è con l’A.L.F.A. che dà ulteriore prova della sua bravura. Suo è infattiil primo quattro cilindri italiano con distribuzione a doppio albero a cammes. Progettato nel 1910, questo propulsore fu destinato a una vettura sotto certi aspetti polivalente, in grado di soddisfare le esigenze della clientela sportiva e, al tempo stesso, con opportune modifiche, valida per l’impiego agonistico. Un progetto a dir poco geniale, purtroppo mortificato dai problemi economici dell’azienda che nonostante le prime affermazioni sportive ottenute col modello 40/60 cavalli non riusciva a decollare. Al punto che nel 1915 il consiglio di amministrazione dovette sciogliere la società. Ma è proprio in questo difficile momento che Merosi dimostra nuovamente la sua straordinaria abilità utilizzando, con opportune modifiche e trasformazioni, il materiale già esistente che veniva adattato alle nuove esigenze belliche del conflitto 1915-1918. da emiliano appassionato e innamorato del suo lavoro, pur avendo sposato la causa dell’A.L.F.A, si rese tuttavia conto che un ciclo storico, il suo, si stava concludendo e che, intorno a lui, tutto stava cambiando. Fu un’amara constatazione per uno che aveva dato con tanto entusiasmo una lunga parte della sua vita alla causa in cui aveva creduto tenacemente. Per questo, nel gennaio del 1926 Merosi, gentiluomo dei motori, si dimise dall’azienda dedicandosi comunque ad altre attività che potessero in qualche modo attenuare il dolore per questo forzato strappo dal mondo a cui aveva dato gran parte della sua vita. Continuò con una serie di consulenze, più per restare vicino al mondo in cui aveva sempre vissuto, che per ricavarne un utile. Il suo nome resta legato per un certo periodo alla Mathis, all’Isotta Fraschini e alla Frera, una moto con notevole potenziale ma con mezzi economici limitati. Tra il 1941 e il 1943 torna all’Alfa Romeo. Poi il distacco definitivo dal mondo dei motori e anche dagli amici piacentini. Si chiude nella solitudine del suo “rifugio” di Germanedo di Lecco dove conclude i suoi giorni il 27 marzo 1956.

Provini Tarquinio Provini, di Cadeo (Piacenza) dove è nato nel 1933 è, con Tamagni, il simbolo della sportività piacentina. Gli inglesi lo definirono “meteoric stylist” per il suo coraggio, per la sua meticolosità nella preparazione e perché sapeva sfruttare al meglio le capacità di penetrazione della sua moto. Due volte Campione del Mondo nel biennio 1957-58 (classe 125 e 250), Provini ha vinto dovunque, correndo per la MV, la Mondial e la Benelli. Negli anni Cinquanta è stato l’unico pilota che, con un mezzo inferiore, ha saputo tener testa allo strapotere delle moto giapponesi, riuscendo a batterle in moltissime occasioni. Nel 1966 un grave incidente accaduto durante una sessione di prove al Tourist Trophy lo costrinse ad una lunga degenza e pose fine alla sua prestigiosa carriera.

© 2003 C.P.A.E.